comunicare la scienza: rock, pins e t-shirt

Forse la colpa è delle spillette. Intendo le pins, quegli affari che si attaccano sulla giacche o su zainetti e borse. In genere le associ sempre a gente gagliarda che da giovane ti sembra molto simpatica e interessante. A me almeno è capitato così, ma solo alla fine di un cammino di fascinazione che aveva come probabile e provvisorio punto di arrivo l’emancipazione. Insomma da bambino volevo fare il biologo e come tutti i timidi trovavo rifugio, sicurezza e calore nelle letture, magari le più strambe o eccentriche.  Alle elementari conoscevo tutte le complicate famiglie di dinosauri e mi sforzavo di sapere i nomi delle piante e degli animali nella loro nomenclatura binomiale in latino. Il mio passatempo preferito era leggere i romanzi di Sherlock Holmes, insieme a complicate e macchinose battaglie storiche ricostruite con schiere di soldatini Atalntic (i miei preferiti erano in scala 00, quelli piccoli per capirci). Insomma, mi ero creato il mio personale scudo dalla timidezza (fortuna che negli anni, frequentare gli scout mi aiutò ad essere estroverso, simpatico, cercato e con gli amici). Ma quella strada era segnata: la passione della lettura, la curiosità eclettica, mai ferma, le domande e i dubbi. E pensare che durante il mio catechismo per la prima comunione feci infuriare un accigliato don Ettore: aveva proprio quelle tipiche ciglie bianche all’insù che gli davano un’aria severa, da precettore da collegio, il classico prete. Avevo espresso il dubbio che l’uomo non era diverso dagli animali perché avevo letto che discendevamo dalle scimmie e che non era vero quanto sosteneva: che eravamo superiori grazie alla parola, anche i pappagalli parlano dissi (sicuramente quel don Ettore lì voleva intendere la Parola e non semplicemente l’emanazione di suoni articolati detti così: senza consapevolezza),, ma finii fuori ad aspettarer la lezione diquel pomeriggio. Insomma quel ragazzino che ero io, oggi lo definereste più o meno un nerd. Solo che i computer erano ancora grandi come frigoriferi e nei film sputavano lunghe strisce di carta misteriosamente punzonate. Negli anni ‘80 ci chiamavano “secchioni” e le mamme dicevano che eravamo dei timidi, le più istruite usavano dire “introversi”.

Alle superiori i dinosauri non mi bastavano, così come le deduzioni logiche nei gialli di Arthur Conan Doyle e presi a leggere tanta altra roba. Dalle deduzioni alle domande: preferii chi metteva in dubbio le certezze, chi domandava e non si accontentava. Chi scavava. Insomma i miei preferiti erano Silone, Dostoevskij e Orwell. Leggevo e vedevo anche tanta fantascienza. Ma mi stavo preparando al passo successivo: la ribellione, quindi Kerouac, la beat generation e con un mio amico altrettanto “timido” e “introverso” passavamo i pomeriggi a sfogliare gli album fotografici dei beatnik di successo, affascinati dai modi che trasmettevano i protagonisti con quelle pose impacciate, con le loro giacche sgualcite e con le montature nere degli occhiali (oggi tornati di moda). In qualche modo ci identificavamo e pensavamo che non eravamo così sfigati se da un’altra parte del mondo, negli anni in cui nascevamo c’erano altri sfigati che però erano famosi per intelligenza e sregolatezza. Lentamente la mia curiosità e insofferenza incontrava per simpatia quelli che in qualche modo ereditavano quelle idee e quegli stili e fu naturale approdare a movimenti, gruppetti “alternativi”. Gente impegnata. Anche perchè i beatnik non erano sopravvissuti ed erano rimasti solo loro, i militanti. All’inizio fu il volontariato (ancora oggi), poi l’appartenenza ad una idea “progressista” e sempre più di sinistra, sempre convinto che il dubbio fosse una prerogativa che stava per forza da quelle parti: per storia, identità, formazione.

Non era proprio così e mi ci sono trascinato per degli anni cercando di incastrare e far quadrare la mia indole con quella parte che in realtà di domande se ne faceva poche. O meglio: le faceva e le fa, ma rivolte agli altri -intimamente convinta di aver ragione, sempre. Quindi i perché erano e sono sempre rivolti ad altri, considerati degli avversari, per ribadire e contrastare il “sistema”, le “multinazionali”, “l’imperialismo”. A seconda dei momenti e dei fatti i bersagli cambiavano. Mi rendo conto che per non far deflagrare un conflitto con me stesso, cioè con la mia personalità e le idee che sento tutt’ora, cercavo di aggiustare, incastrando a forza ragionamenti e giustificazioni improbabili. Credo di non essere stato l’unico ad aver sprecato tanta energia.

Ma alla lunga non si può far torto a se stessi, alla propria intelligenza; non si può essere indifferenti con gli affetti e con chi si è sacrificato per farti studiare, e con tutti quelli che ti hanno insegnato a ragionare e studiare. Di fronte all’evidenza concreta e pratica di alcune cose non si poteva più barare con se stessi. Così finisci per fare e farti delle domande, ma -come dire?- al contrario. Rivolgendole ai tuoi amici, alla tua parte, per scoprire poi l’insoddisfazione e fare l’esperienza non proprio piacevole di non essere compreso e a volte anche tacciato di essere come una specie di “traditore” che poi si traduce in quella magnifica e trita locuzione: “ma come sei cambiato”. Già, che fesseria. Tutti siamo cambiati. Per fortuna, mi dico.

Le cose non si presentano mai in modo semplice e lo sconforto ti prende -almeno all’inizio- quando ti accorgi che in realtà quella parte bellissima ed emozionante della ricerca delle domande e della messa in discussione in realtà era praticata da pochi, pochissimi; pagando un caro prezzo e con la solitudine tutto questo cioè i Silone, gli Orwell e compagnia cantante: Camus, Koestler, Gide (cioè, lo sapevi anche prima -mentre li leggevi- che era successo tutto questo, ma non che poteva continuare a succedere) .

Sì, ma le spillette? Ci arrivo. In fondo non è un post complicato, ma una semplice constatazione tirata in modo spiccio.

Continuando gli studi e soffrendo con le frequentazioni arrivi che non ne puoi più, ma rimane la simpatia per una certa spigliatezza, una certa ironia, creatività (anche se alla lunga stanca pure quella). Tanto per farmi capire: preferivo pogare al Forte Prenestino con i Mano Negra o i Fugazi piuttosto che stare in discoteca a sbomballarmi con Eins Zwei Polizei, Bailando e Barbie Girl. Questo significava che ogni volta prima di darci dentro per passare una bella serata divertente ti dovevi beccare il predicozzo sui “compagni arrestati”, sulla bontà della marijuana per fare i pneumatici e i dolci, e tutto l’armamentario più o meno fricchettone dove ogni argomento pseudo-culturale trova cittadinanza perché non considerato da nessun grande. E allora spazio per ogni guru e pensatore eccentrico, senza essere sfiorati dal dubbio che la maggioranza può anche aver ragione a mettere da parte idee e pratiche di poca consistenza. Ma era dura di mandare giù.

Ammetto che ci sono andato avanti per un po’, incastrando a forza come dicevo sopra. Simpatizzante eco-pacifista: per l’affetto umano e amichevole, la simpatia per i modi e per alcune persone. Ma alla fine è il mondo che cambia e tu con lui e come ogni processo si lascia dietro di sé detriti di ogni genere: prima si derideva l’uso dei telefonini, poi si contestavano i grandi allevamenti e l’agricotura industriale (salvo trovare giovamento dal nutrimento diffuso e continuo che da questi deriva). Certo qualche buona intuizione, delle giuste preoccupazioni, insieme però a molta -insopportabile- sicurezza e a poco approfondimento, troppa retorica etico-moralista rivolta sempre contro gli altri, senza mai fare i conti con le proprie idee. Era la famosa “critica della scienza” o “scienza critica”. (Possibile, mi dico, che nessuno venga mai sfiorato dal dubbio che tutte, ma proprio tutte le posizioni prese siano sempre giuste? Mai un dubbio, ma sempre prevenuti).

Ok, arrivo alle spillette. Da poco tempo guardo a distanza e con affettuosa nostalgia tutta quella roba lì che pure mi è appartenuta e che in alcune cose sento ancora appartenermi (tipo disparità, disuguaglianze, sofferenze, molti diritti – non tutti). Sono ancora inguaribilmente giovane, libero, “scapestrato” e contento della vita.

Comunque per non far torto ai miei studi e per come sono cresciuto guardo di più a fatti e numeri e molto meno ai proclami, soprattutto se non verificati.

A voler essere più seri mi sembra che ad un certo momento c’è stato come un divorzio tra una cultura letteraria e umanistica e quella scientifica che molti comunque fanno risalire all’idealismo di  Gentile & co. (secondo me a partire dalla fortuna dei movimenti negli anni ‘70, con tutto il contorno di “pratiche alternative” e stili di vita “naturali” ecc. ecc.) può essere. Di sicuro che da Pasolini in poi ha prevalso nel campo che continua a definirsi “progressista” la nostalgia per “l’età dell’oro pre-industriale” quando si viveva con semplicità e in armonia. Dimenticando le durezze e le ingiustizie, le malattie e le scarse opportunità del bel tempo che fu. Oggi è molto meglio, non c’è dubbio. Neanche vale la pena soffermarcisi. Da questo punto di vista mi viene in mente che ogni volta che in questo momento si contesta battendo tasti sul pc per far “sapere” al mondo le malefatte delle multinazionali, si accetta un compromesso inconsapevole: le stesse cattivone sono quelle che gli hanno venduto il pc con tutti gli algoritmi e l’elettronica sofisticata connessa. Dimenticando che condividere, comunicare, stare connessi con la facilità cui ci siamo abituati in così poco tempo significa grandi investimenti, strategie industriali, vendita, lavoro salariato, costi contenuti.

Però, accidenti che noia! Non è che ti puoi attaccare una spilletta con un simpatico pomodoro che ti sorride “sì agli ogm”. Ecco è tutto qui.

Frequento per diletto e per simpatia (come prima) dei gruppi che si preoccupano e si lamentano per come viene trattata la scienza, per come viene vista e percepita. Quasi sempre “amica di multinazionali”, “asservita” -di volta in volta- al Capitale, alle Aziende, al Potere. Fate voi, tanto la litanìa qualsiasi sia la vostra opinione la conoscete bene. E la rete -grande opportunità- è diventata ricettacolo di teorie bizzarre, battaglie incomprensibili e irrazionali (tipo Stamina, scie chimiche, fraking, no-ogm).

Beh, queste simpatiche persone in genere sono molto preparate e sono sempre pronte e disponibili a fornirti un link, uno studio, una pubblicazione che aiuta a districarti con l’inconsistenza di cui sopra; Queste persone -in genere- sono altrettanto simpatiche, “alternative”, affascinanti quanto i loro contestatori. Ma con la differenza che sono meglio preparati. E come per ogni categoria umana ci trovi gli spocchiosi insopportabili come i disponibili ad oltranza e via discorrendo.

In genere, e soprattutto negli ultimi tempi si lamentano giustamente di non essere ascoltate. Giustamente? Sì, ma niente possono se continuano a sentirsi sempre assediati e se comunicano male. Non è loro compito, d’accordo. Un ricercatore e uno scienziato non devono comunicare, ma studiare cercare scoprire migliorare inventare. Sì però. Visto che però comunicare è stato sempre necessario per farsi capire e per divulgare e far conoscere la bontà di quello che si sta facendo bisognerà anche farlo bene. E non sempre queste ottime persone considerano quanto sia importante. Oggi che un tweet, un post, possono accattivarsi simpatia e consenso bisogna (ri)pensare come dire quello che si vuole condividere e far sapere.

Ad esempio leggo spesso su libri, post e articoli come la bontà di una tecnica sia risolutiva se non addirittura salvifica per l’umanità. Magari è una difesa preventiva: il nucleare? Risolverà il nostro problema energetico; gli OGM? sfameranno il mondo. Tanto per fare due esempi che sono sempre molto contestati con successo di pubblico.

Frequentando questo genere di preoccupazioni nei dibattiti variamente presenti in rete qualcuno inizia a chiedersi se presentare la scienza come una “religione” che non può sbagliare, che non ha conflitti d’interessi, che è solo interessata a migliorare le condizioni di vita, che non ha spazi di ambiguità certo non sia di ostacolo per farsi capire, anzi diciamolo in modo schietto: di essere accettati. Ripeto: io ci vedo come un atteggiamento difensivo. Comprensibile, ma poco spendibile. Anche io, armato sempre di buona volontà, viste le mie precedenti frequentazioni avverto sempre una forma di snobismo verso chi non si esprime nei termini corretti (ah! io sono uno di questi, non c’è dubbio), che usa un linguaggio non appropriato e che per insufficienze varie si lascia abbindolare dalle prime stupidaggini diffuse in modo virale. Forse che anche una certa immagine ha una sua importanza nel costruire un consenso? Forse sì. Greenpeace ed altri hanno lasciato molti segni comunicativi che si sono impressi in profondità: la fragola-pesce, la maschera antigas. Hanno una loro presa. Penso che siano degli ottimi creativi con gli slogan e le campagne: le fotografie di tecnici imbardati nelle tute chimiche nei laboratori sono sempre un bel rimando catastrofico. Un futuro da pubblicitari è garantito.

Per terminare, ho visto su youtube il confronto pro e contro gli ogm al Festival Letteratura di Mantova dove s’impara anche una lezione che scava magari più in profondità. Spiegare bene e per storie circostanziate può ribaltare la percezione comune. In quel dibattito dopo che la votazione iniziale era contraria per maggioranza agli ogm si aveva l’esatto contrario: una maggioranza a favore. Senza ridicolizzare le opinioni degli “avversari” (chiamiamoli così), rivolgersi alle persone indecise che non hanno bandiere, senza lamentarsi dell’ostracismo nei propri confronti, trovando un linguaggio comprensibile al grande pubblico, capire se ci sono dei punti di contatto, capire come certi concetti errati e superficiali si generano, senza per questo fare continuo debunking, rinunciare anche alla tentazione di presentare delle soluzioni come salvifiche, riusare quelle idee a favore delle proprie tesi può aiutare a informare quella gran parte delle persone che decide in fretta e su poche fragili basi di essere perplessa può essere d’aiuto. E forse qualche spilletta o maglietta (che significa una comunicazione anche più efficace, sprint, fresca o in una parola “rock”) può facilitare e rendere meno ostile temi e questioni che per la scienza sono accertate e verificate.

10 pensieri su “comunicare la scienza: rock, pins e t-shirt

  1. Bello, un po’ troppo lungo per il Web ma da leggere, e rileggere.
    Poi a mia storia è diversa ma non importa, cioè mica siamo fatti con lo stampino. Insomma tosto, un post che avrei voluto essere capèace di scriverlo io.

    • Grazie Juhan. Anche io mi ero posto il problema della lunghezza, ma poi mi sono detto “basta non esagerare” e non farsi prendere troppo la mano. Comunque grazie davvero e mi piacerebbe coonscere la tua storia. Ioo ci ho sofferto molto pr il tempo -troppo tempo- perso dietro le scempiaggini.
      PS IMPO: ho capito chi sei! Accidenti al web, il tuo blog èè uno dei più interessanti che seguo ma poi succede che mi perdo tra la marea di roba in attesa, in preferiti. Stasera mi deciderò a dare una ripulita… complimenti per il tuo blog, visto che sto mi sto introducendo ai linguaggi di programmazione per lavoro.

  2. Quando si dice sintonia…Sto preparando anche io la mia pietanza ogm per il blog. A più tardi😉

  3. sì però… i boy scouts per sviluppare il carattere… ma non sei mica Renzi, vero?😛

    • Ah Ah Ah! No non sono Renzi. E’ vero però che continuo la mia esperienza come capo scout. Non ha sviluppato il carattere, ma ha saputo tirare fuori una parte di me e mi è stata molto di aiuto. PS: visto il tuo materiale sul web. La parte del pane fatto in casa è lodevole e messa già in preferiti per migliorare quello che ogni tanto mi piace fare: cucinare e appunto fare il pane! Alla prossima.

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