sempre dieci anni sono #cambiamenticlimatici

Un ragazzo gioca mentre una macchina attraversa una strada allagata durante le piogge monsoniche di Mumbai, in India il 10 giugno 2013. Le forti piogge hanno interrotto il traffico ferroviario e stradale nella capitale commerciale dell'India. (Rafiq Maqbool / Associated Press)

Un ragazzo gioca mentre una macchina attraversa una strada allagata durante le piogge monsoniche di Mumbai, in India il 10 giugno 2013. Le forti piogge hanno interrotto il traffico ferroviario e stradale nella capitale commerciale dell’India. (Rafiq Maqbool / Associated Press)

L’ondata che si abbatte di tanto in tanto sui social media in particolare e i media in generale non è quella dello tsunami su New York City di The Day After Tomorrow, anche se in argomento. Nei prossimi giorni (il 27 settembre ad esser precisi) si aspetta la pubblicazione del V rapporto sul clima dell’IPCC e sul web e sulla stampa si discetta di  quanto tempo abbiamo a disposizione per rimettere in sesto il nostro pianeta.

Nature gli dedica un numero speciale e fa una valutazione critica sugli intervalli di tempo tra una pubblicazione e l’altra del rapporto (in genere ogni 5 anni), visto che negli ultimi anni la mole dei dati disponibili sul web e soprattutto lo scambio tra laboratori, ricercatori, scienziati, pubblicazioni nel mondo consentono calcoli più sofisticati e modelli con margini d’incertezza maggiore soprattutto per quel che riguarda l’aspetto delle previsioni (l’editoriale su Nature ricorda della previsione sbagliata sullo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya nel 2035). Fatto sta che con molta probabilità questa sarà l’ultima mega-pubblicazione dell’IPCC.

Sui cambiamenti climatici si combatte una battaglia per lunghi anni rimane più o meno sotterranea e che viene alla ribalta in occasione di grandi eventi (allarmi, catastrofi, campagne, pubblicazione di rapporti). Da una parte ci sono i negazionisti del cambiamento climatico per cause antropiche, con ogni mezzo cercano conferme e vogliono dimostrare che il riscaldamento globale non è colpa del nostro modello di sviluppo; dall’altra ci sono i catastrofisti che calcano la mano sulle attività dell’uomo e del suo modello si sviluppo come responsabili del riscaldamento globale.

Surriscaldamento, effetto serra, assottigliamento dei ghiacci, buco dell’ozono, emissione spropositata di CO2 e una serie di altre correlazioni non proprio pacifiche. Ok, ammettiamolo, tutto questo, noi che siamo opinione pubblica, non suscita più lo stesso effetto degli anni passati. Insomma per rimanere in tema, non ci fa né caldo, né freddo. Il motivo? Credo che lanciare una scadenza per la fine di qualcosa che poi col passare degli anni rimane sempre tale ci faccia archiviare la cosa nella categoria delle cose “staremo a vedere”.

Le Agenzie, gli Istituto redatti i loro rapporti, lanciano anticipazioni e sintesi per ricordare al mondo che tutto questo hanno lavorato e prodotto dei risultati che ci potrebbero interessarre. Quindi vengono ripresi e rilanciati dalla stampa in modo del tutto superficiale e soprattutto si enfatizzano particolari o letture parziali con il solo scopo di rafforzare le proprie tesi. A questo proposito però vanno dette due cose elementari, la prima: esiste un metodo d’indagine che è scientifico e che risponde a criteri ben precisi condivisi dalla comunità scientifica in tutto il mondo, tutto quello che si pone al di fuori non è censurato per strani complotti per far tacere la verità, ma perché poco solida e priva d’interesse e utilità; la seconda è che lo studio dei cambiamenti climatici è una delle cose più complesse (e affascinanti dal mio personale punto di vista) che ci siano in giro: per la quantità di dati, per le serie storiche limitate, per la varietà delle discipline coinvolte, per l’aleatorietà di alcuni aspetti e parametri.

Prendete ad esempio la notizia secondo cui i ghiacci al Polo Nord stanno aumentando (del 35% per l’esattezza). Una notiziona! Per alcuni addirittura è il segnale che la terra inizierà a raffreddarsi. Il Dayli Mail riporta che la cosa ha generato un ricco e vivace scambio tra gli esperti. Ma basta andare sul sito del National Snow & Ice Data Center per leggere che il minimo c’è stato, ma la tendenza purtroppo non s’inverte per la presenza di una variabilità interannuale (ogni stagione ha dei momenti che fanno storia a sé, come dire che un mese molto piovoso dentro un anno di grande siccità, non cambia la quantità di pioggia caduta in 12 mesi). La cosa curiosa (riportata sul blog di Pasini) è che in contemporanea compariva un’altra notizia, che sembra screditare la prima: che lo spessore dei ghiacci va assottigliandosi come riportato dalla Agenzia Spaziale Europea (le caratteristiche di quei ghiacci -spessore, morfologia- non è soggetta a nessuna variabilità annuale). Quindi il vero dato da esaminare era questo, mentre l’altro ha una rilevanza diciamo limitata. Comunque le due notizie son servite per il solito scambio “gentile” tra chi nega e chi allarma.

A questo proposito mi è capitato di leggere un post di uno dei tanti blog dell’Huffington Post (HP) sul tema, siccome mi sembra un articolo che azzarda una certa rivalutazione in campo internazionale dei negazionisti del clima, vado a leggere di cosa si occupa la giornalista e ovviamente non capisco bene (nel suo profilo si definisce giornalista professionista e si occupa “soprattutto di attualità, esteri, temi sociali e ambiente”), di sicuro non di scienza, ma comunque ti aspetti almeno una deontologia acquisita con la professione. Altrimenti significa che io posso scrivere “opinioni” di astrofisica, tanto è un blog (leggasi una delle sue risposte ai commenti).

A questo punto incuriosito sia dall’imminente rapporto dell’IPCC e dalla marea montante di condivisioni, appelli e segnalazioni di amici etc. etc. mi sono messo alla ricerca di notizie e articoli visto che gli “strilli” delle splash page e dei titoli sui social cosi mi gettava nell’ansia internauta: “solo dieci anni per salvare il pianeta“, dopo non si potrà fare niente. (Guarda caso sempre una testata del gruppo l’E).

Insomma a me questa storia che alla fine del pianeta o giù di lì mancano sempre una manciata di anni (sempre dell’ordine di 10 però) inizia a scocciare, anche se condivido le preoccupazioni intorno ai cambiamenti climatici (in poche parole non sono negazionista e in questo ancora sinceramente ambientalista, q.b.). Iniziò, forse, il Club di Roma quando nel 1972 pubblicò il celeberrimo Rapporto Sui Limiti Allo Sviluppo: bibbia per ogni ecologista, me compreso (qui disponibile per intero) con una serie di profezie di sventura futura corredate da equazioni e variabili (per una guida ed un elenco di riferimenti utili consultate qui), il che doveva apparire abbastanza scientifico e robusto (e magari all’epoca poteva anche essere). Poi, la deriva. Dal mio passato ecologista, ‘sta storia dei dieci anni di tempo, al sento dire da almeno venti anni. La percezione e il ricordo non erano tanto sfocati, infatti ho fatto una rapidissima ricerca che ho tirato fuori un articolo di Repubblica del 2 novembre 1989: DIECI ANNI PER SALVARE LA TERRA che somiglia molto a questo del 23 settembre 2013: DIECI ANNI PER SALVARE IL PIANETA. Ma nel 2008 pure mancavano 10 anni, almeno secondo quanto affermato al Vertice tenuto a Poznan dalle Nazioni Unite; mancavano 10 anni anche nel 2010, almeno per la Conferenza COP10 (Convention on Biological Diversity) e per finire mancavano 10 anni anche nel 2009, almeno secondo Ban Ki-mooon al vertice di Copenaghen delle UN sui cambiamenti climatici. Che fosse un po’ cabalistico ‘sto 10.

Comunque per tornare al rapporto dell’IPCC che viene pubblicato il 27 settembre segnalo in chiusura un bel contributo su Nature Climate Change di Jason West (ed altri) che modellano vari scenari con i parametri demografici, economici, epidemiologici e atmosferici su scala globale e studiando gli effetti a lungo termine, tenendo conto dei sistemi complessi tra gas serra ed inquinanti. Climalteranti aggrega le news relative a IPCC su paper.li e posta sul blog un post che illustra le 5 fasi del negazionismo climatico (articolo del Guardian, ripreso da Skeptical Science) e per chi ha voglia potrà seguire gli sviluppi della Conferenza Annuale sul sito della SISC (adoro l’odore degli acronimi: Centro Mediterraneo Cambiamenti Climatici). Radio 3 Scienza ha dedicato una puntata allo studio in arrivo.

Il rapporto sui Cambiamenti Climatici dell’IPCC è disponibile QUI

Ringrazio i preziosi appunti sul web di una grande giornalista scientifica qual’è Sylvie Coyaud, l’OCASAPIENS.

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