i numeri al lavoro – parte 3

Illustrazione di Joel Castillo per Harvard Business Review (sett 2007)

Illustrazione di Joel Castillo per Harvard Business Review (sett 2007)

Big Data Time. Adesso. Ci siamo accorti da qualche mese in qua che grosse aziende, governi, spie, delatori e nerds vari mostrano un interesse per ciascuno di noi, o meglio per ciascun dato che disegni gusti, abitudini preferenze tifoseria perversioni, insomma una parte significativa della nostra vita. Inoltre per la prima volta la stampa va in crisi perché aumentano i lettori e aumentano i dati disposizione per interpretare e parlare della realtà intorno. Questo, secondo alcuni esperti cambierà il modo in cui verranno fatte e interpretate le statistiche. Questa enorme disposizione facilita la condivisione di conoscenza, ma non la capacità d’interpretare.

Se vi assiste la sventura di avere un amico leggermente paranoico (mettiamo come il depresso ascoltatore in Ecce Bombo, quello che c’ha l’amico etiope) come nel mio caso rischiate di essere presi in ostaggio una serata intera con la scusa di una birretta per sentirvi snocciolare lamentele, invettive che da 36 anni non si registrava un picco così alto per la disoccupazione giovanile. Uh! Buttata così è terribile, non hai la forza di controbattere e quasi quasi ordini un’altra birra per vedere se riesci a dimenticare che vivi in un paese così terribile e ingiusto con i suoi nipoti. Non è neanche colpa del mio amico che tra una paranoia e un complotto ci passa la serata, perché lui legge gli strilli delle splash page su face book dei siti d’informazione, il mio amico benché paranoico è uno nella media, come me: vede la notizia, raramente la legge, può darsi che legga le prime righe, nel migliore dei casi l’archivia e se siamo in uno stato di grazia si legge sul momento. Tante opinioni ormai si costruiscono così e lo sanno bene i titolisti e quelli che mettono un occhiello alle notizie. Insomma se uno dice che la disoccupazione giovanile è al 41,9% pensa: accidenti! Se poi ci mette il resto: tra i giovani senza lavoro nella fascia tra i 15 e i 24 anni, minimo dice:  ma come leggono le statistiche giornalisti e analisti?

I dati sono stati forniti dall’ISTAT che secondo De Rita del Censis ne sforna troppi (una media di 4 a settimana e solo nelle prime 22 settimane di quest’anno: 95 indagini) e troppo in fretta; che a uno gli viene quasi da pensare che siano su commissione. Il sospetto viene per carità: una unica fascia d’età che copre dai 15 ai 24 anni. Se fossimo in tempi normali, con i ragionamenti tarati su tempi più riflessivi e con atteggiamenti più curiosi prima di sparare bile anti-gov o anti-sistema sapremmo che quella fascia d’età comprende almeno due sottogruppi: il primo compreso tra i 15 e i 19 (considerati dalla sociologia attuale come tardo-adolescenti) e il secondo tra i 20 e i 24.

Basta poco in fondo, la quasi totalità dei primi va ancora a scuola e quei pochi che non ci vanno sono poco qualificati o comunque hanno poca esperienza professionale, tutte cose che non li rendono appetibili.

I secondi se stanno cercando lavoro tutto il giorno significa che hanno finito le superiori e che non hanno completato o iniziato gli studi universitari e comunque troppo giovani per avvalersi di capacità mature nello svolgere molti compiti che a parità un lavoratore più adulto porta avanti con meno salti e intoppi (anche qui basta avere tempo e sudare fatica nel leggere statistiche sulla produttività in funzione dell’età) il che li rende meno competitivi e appetibili.

Se poi uno si prendesse la briga di controllare tali affermazioni allora basta andare su internet e cercare i dati laddove vengono prodotti, senza intermediari che li hanno interpretati (leggasi: piegati alle proprie convinzioni). La bellezza di questo è tutta qui: accedere e poter verificare subito, con un limite. Ci si forma una opinione informata, piuttosto che su di una interpretazione emotiva.

Il limite, grande e inevitabile è che perdere del tempo per farsi un’idea non permette di avere idee su tutto. E forse significa meno partecipazione ai grandi temi e più interesse per le cose che riguardano i nostri orizzonti biografici.

Ok, ritorniamo al discorso sulla disoccupazione giovanile. Allora nella fascia tra i 15 e i 24 siamo al 41%, roba che neanche nel 1977: in pratica un’era geologica fa. Che poi è diventato il termine di paragone per giornali e quotidiani, quindi dibattito e polemica politica.

Però si dimentica di fare un confronto e che bisogna paragonare i livelli d’istruzione e frequenza scolastica di ieri e di oggi. Vi risparmio la fatica perché i risultati sono impietosi: in quegli anni (c’erano molti più giovani) la forza lavoro tra i 15 e i 24 era il 47%, oggi è il 28,7% quindi volendo considerare i tassi di occupazione mi sembra naturale che nel ’77 fosse del 53,8% e oggi del 18,6% (meno giovani, più istruiti, con ingresso nel mondo del lavoro spostato avanti con l’età), soprattutto in un paese che impiegava molti lavoratori con basse qualifiche perché meno sviluppato (la quota del mercato della manifattura era molto superiore a quello dei servizi e della tecnologia).

Per stare ai numeri nel ’77 lavoravano 2.989mila giovani e c’erano 827mila disoccupati; oggi lavorano 121mila contro 611mila disoccupati. Bene. Su Wikipedìa si trova la definizione di tasso di disoccupazione:

 

il numeratore sono i disoccupati e il denominatore sono la somma di tutti: inoccupati, disoccupati e lavoratori e come ogni buon studente sa basta tenere a mente se il Num è > < o = per valutare la grandezza della frazione: quindi nel 1977 avevamo un numeratore più grande (3.816mila) e più piccolo nel 2012 (732mila).

Fatevi due conti e arrivate alla soluzione che “i giovani attivi in cerca di lavoro” sono solo il 7% circa (in Europa la media è del 10%) invece del 40% circa (eh già) e che l’insieme di appartenenza (i giovani della fascia di età considerata) sono il 25% della popolazione.

Il confronto con gli altri paesi europei non vale viste le diverse tipologie dei contratti di lavoro: ad esempio andrebbe considerata la percentuale in questa fascia di età che lavora part-time e ad esempio la media del conseguimento della laurea da noi è più alta (intorno ai 28-30 anni contro i 22-23 degli altri paesi).

Quella sera, complice il fresco della notte inoltrata, i personaggi strani che affollano i ristori del cocomero, mi sono messo a spiegare pazientemente tutto questo, a questo punto il mio amico è ritornato quello di una volta: ha ingaggiato una discussione interminabile sul numero degli errori arbitrali nella scorsa stagione calcistica. Sta a vedere che mi tocca andare a spulciare statistiche anche qui oppure mi è sufficiente la fiducia nella sua appassionata competenza calcistica.

 Le FONTI utilizzate per questo post:

Disoccupazione,  nuovo record è al 12,8%. Tra i giovani attivi senza lavoro il 40% (Corriere della Sera del 31 maggio 2013);

Lavoro, ISTAT; Occupati e Disoccupati (dati provvisori) ISTAT; Disoccupazione EURIBOR;

Piovono dati, ma non sempre sappiamo usarli di Donato Speroni (Numerus, 19 giugno 2013)

Disoccupati e la strada verso il nulla di Luca Ricolfi (La Stampa del 5/02/12); Il mondo narrato da dati e statistiche che ci confondono di Taino Danilo, il Corriere della Sera (12 giugno 2013); Disoccupazione giovanile al 39,1%. Lieve calo per il tasso generale: 12,1% The Huffington Post (31 luglio 2013); Leggere i dati sulla disoccupazione giovanile di Eugenio D’Alessio (Media Xpress 19/07/2013)

4 pensieri su “i numeri al lavoro – parte 3

  1. Anche io avevo avuto gli stessi dubbi, sai, venendo a conoscenza di questa statistica. Bellissimo port. E utilissimo. Magari fosse anche risolutivo, ma scommetto che ci stai lavorando😉

  2. E nel mentre come andiamo in termini di ore lavorate? Quelle totali dico. I giovani sono irrilevanti in un fiore di nazione che li insulta o li invita a levarsi dai piedi: ci abbiamo fatto il callo. Tutti gli altri però al lavoro dovrebbero andarci, in teoria, e non ho presente se stiano navigando in acque cattive o buone…..

  3. Ciao Fausto e Calamaro. Grazie pr i commenti. La numerazione del post indica esattamente che “ci sto lavorando”. A presto.

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