in/Civiltà delle Macchine. Buona o cattiva?

[Illustrazione di Christoph Hitz per il boston Globe]

[Illustrazione di Christoph Hitz per il Boston Globe]

L’App per il biglietto del bus al momento che lo prendo placa l’ansia per i rivenditori chiusi, il telepass evita il rituale delle monetine sparse in macchina; a Jules Verne hanno dedicato un cratere sulla Luna per aver ispirato e anticipato molte invenzioni tecnologiche; Matrix è un bel film che ha cambiato alcune nostre percezioni; i luddisti erano operai che minacciati dalla Civiltà delle Macchine le sabotavano; Metropolis era un film espressionista e distopico come quasi tutta la buona fantascienza; questa scena di Tempi Moderni è irresistibile e pesca in un immaginario condiviso soprattutto negli anni ’20 e ’30, esempi simili si trovano ad esempio nella scena del sensuale The Navigator di Buster Keaton, scena dal 35’40” – 35’54” oppure in The Scarecrow -divertentissimo- diffuso all’epoca che poi si ritrova in molti cartoni di Tex Avery -autore preferito per aver rotto il realismo disneyano spingendo le situazioni verso il surreale- e di Willy il Coyote, Tom & Jerry. Il piano Meccanico è un geniale romanzo di Kurt Vonnegut, dove si racconta una società divisa in due: da una parte ingegneri e manager, dall’altra parte manodopera a basso costo e scarsa preparazione.

Il filo rosso che lega tutte queste citazioni è la Macchina di Rube Goldberg: una tecnologia costruita in modo complicato e complesso per fare operazioni semplici, come mangiare, appunto. Che esorcizza l’ansia e la preoccupazione di una civiltà che si affida troppo alle macchine.

Prendete una qualsiasi discussione su Progresso, Tecnologia, Decrescita, Limiti, Ecologia e vi troverete a che fare con 5Stelle, anarco vendicatori, nostalgici rurali, complottisti a tempo pieno ecc. ecc. e con la paura che l’iperbole dello sviiluppo tecnologico porti a società meno libere e più povere.

In pratica siamo all’inizio di un cambiamento che non sappiamo quali sviluppi e direzioni avrà. Per molte persone ragionevoli il passaggio implica fasi di assestamento critiche che non solo ci stanno spremendo, ma anche stanno ridefinendo il mondo del lavoro, e cambiando le relazioni sociali. Leggo che una intera generazione abbandona gli studi umanistici: -26,8% in dieci anni e sociali: -28,7% nel solo 2013. In generale le immatrticolazioni dal 2004 sono diminuite del 20,6%. La paura di non trovare lavoro spinge verso ambiti tecnici, sanitari e forse si tratta di cicli meno superficiali di quando le tendenze culturali portavano a iscrizioni di massa alle facoltà di Economia negli anni ’80 (yuppies) e Giusrisprudenza negli anni ’90 (mani pulite).

Non mi soffermo qui sulla necessità di avere laureati nelle scienze umanistiche e sociali, basta la citazione di Andrea Lenzi, ordinario di Endocrinologia, è presidente del Cun, il Consiglio universitario nazionale: «Bisognerebbe insegnare ai giovani che si possono fare start up o spin off, insomma si può fare impresa anche partendo da una laurea in Storia o in Antropologia culturale. E che i saperi umanistici e scientifici, lo dico da medico, non si escludono, anzi». Ma la vulgata per ora si concentra sulle preoccupazioni per il prossimo futuro».

Per tornare a Il Piano Meccanico, Vonnegut immagina una società distopica e dispotica, dove un gigantesco computer “libera” gli uomini dal lavoro manuale e intellettuale, compiendo tutte le operazioni così da permetttere una vita rilassata in fattoria dove gli uomini possono dedicarsi ai lavori artigianali, all’allevamento degli animali o a guardare la tv. Uhm, mi ricorda qualcosa.  La lettura, assicuro, è interessante. Infatti mi sono venute in mente un paio di cose che hanno portato con sè tante altre. La tecnologia ha migliorato o peggiorato la nostra vita? Prendiamo ad esempio il caso dei Droni, il cui scopo è sorvegliare e colpire per interposta persona; prendiamo Google Street; il Datagate e la mole di dati cui le grandi agenzie vogliono accedere; oppure l’App per farmi il biglietto dell’autobus citato in apertura; la possibilità di avere case domotiche comandate a distanza. Per gli entusiasti andiamo verso un miglioramento, per i pessimisti invece rischiamo un’abbondanza a prezzo della libertà.

In questo caso a me viene in mente la caccia alle balene. Durante il secolo scorso, prima di Greenpeace, l’introduzione delle celle frigorifere avrebbe dovuto portare ad una diminuzione delle uccisioni (per la facilità di trasporto, conservazione e commercio), invece ci fu un incremento della caccia. Era colpa del frigorifero? una innovazione tecnologica vantaggiosa diventava il mezzo per fare maggiori profitti con meno remore. Sappiamo ora qual’è il prezzo di tutto questo. Ma non puoi incolpare certo il frigorifero che -tra le altre cose- permette la conservazione e quindi un consumo di carne a vantaggio della salute e della crescita fisica delle persone. La deduzione sembra semplice: la colpa è della gola dell’uomo, incapace di limitarsi per maggiori profitti. Ok, può essere.

Credo, però, che la domanda sia un’altra (l’hanno posta due accademici, Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee in “Race Against the Machine“): come può succedere che tanta creatività tecnologica porti con sè stagnazione dei salari? allargando disuguaglianze e divari anche tra i tecnici e i progettisti. Ormai tutti abbiamo amici o parenti che hanno ritmi di vita che non si conciliano con progetti di vita a lunga scadenza: per i tipi di contratto, per la flessibilità, per il tipo di mobilità. La sensazione è che abbiano ragione i luddisti alla Guy Fawkes la tecnologia sembra distruggere posti di lavoro anzichè crearli. I due autori individuano nell’apprendimento automatico delle macchine e nella nanotecnologia i fattori di accelerazione della cosiddetta Legge di Moore: la velocità dei processori raddoppia ogni 18 mesi seguita da una seconda per cui «Il costo delle apparecchiature per fabbricare semiconduttori raddoppia ogni quattro anni». Il cui corollario era: «il costo di una fabbrica di chip raddoppia da una generazione all’altra». Interessante il dibattito che ne seguì, per farla breve nel 1998, Karlgaard osserva in realtà che i processori aumentano di potenza, ma a parità di prezzo e quindi i processori della generazione precedente calano di prezzo (sono quei processori che vengono utilizzati in periferiche di bassa elaborazione come elettrodomestici, autoveicoli e tutto ciò che non viene destinato alla potenza di calcolo di un pc). Moore inoltre non aveva considerata la teoria del Vantaggio Competitivo.

La previsione di Moore secondo cui la crescita del numero di transistor è correlata con quella dei processori (puntini). La previsione è la linea tratteggiata. [fonte Wikipedìa]

Per questo il numero di cellulari ha superato di numero quello degli abitanti del pianeta ed è per lo stesso motivo che i tablet hanno superato nella vendita quella dei PC. Costano poco, ce li possiamo permettere. Anche i critici più radicali in fondo organizzano le loro proteste su facebook, twitter con gli smartphone e i tablet, i pc. La tecnologia la usiamo tutti. E per la prima volta ci troviamo nella strana situazione che la diffusione e l’innovazione a buon prezzo non creano posti di lavoro. Ieri erano i tessitori come Ned Ludd, oggi sono gli impiegati di banca, le agenzie di viaggi, le librerie, personale amministrativo in generale e non sono esenti progettisti e tecnici.

Quindi la tecnologia è buona o cattiva? Oppure la creazione e l’innovazione portano con sè la distruzione dei posti di lavoro? Quando fu introdotta l’energia elettrica  non solo aumentarono le attività di studio, lettura, conversazione ma portò con sè efficienza, concorrenza, produttività (cicli di lavoro continui)  sviluppo e progresso. Insomma la qualità della vita. Erano i tempi però di altri assetti sociali e politici, le istituzioni erano capaci di guidare e progettare ambiti come l’istruzione, la vita pubblica in generale attraverso la politica. Oggi sembra essere venuta meno, si parla di crisi di sistema. Sicuramente si muovono incerte e in modo goffo. Alcuni critici puntano sulla fine dell’età dell’oro (qualsiasi cosa voglia dire, se ad esempio alcuni indicatori come l’aspettativa di vita o il pil di paesi prima “sottosviluppati” migliorano).

Molti, a sinistra, sono affascinati dei bei tempi andati, quelli del nonno per capirci, quando la scarsità di cibo e di beni era diffusa, la vita più dura e meno lunga, le relazioni sociali più rigide e diseguali. Intravvedono in quella penuria di vita la via del riscatto e del cambiamento. Dall’altra parte i tecno-entusiasti esaltano e basta: tutto sarà meglio, anche se l’esperienza che viviamo tutti i giorni non sempre corrisponde con questa aspettativa. Ho imparato a districarmi tra l’una e l’altra. Provando insoddisfazione e smarrimento per non riuscire cosa è meglio. Davvero i pomodori prima avevano un sapore succoso? Si stava meglio quando si stava peggio? O si sta meglio oggi rispetto a ieri? Le risposte non ce l’ha nessuno al momento. Ma ci sentiamo più integrati nel mondo e anche più soli. Cosa è meglio? Il prima o il dopo? L’uno e l’altro? Non lo so.

Robert Skidelsky, un economista nel suo libro ora pubblicato da Mondadori, ragiona sul perché un’abbondanza in grado di soddisfare i bisogni primari di cibo, alloggio, vestiario, salute, istruzione non generi più uguaglianza e sul perché della disattesa delle Prospettive Economiche elaborate daKeynes: entro 100 anni lo sviluppo tecnologico ci avrebbe portato a lavorare solo 3 ore al giorno, liberandoci da questo “fastidioso” compito. Senza tenere conto della “insaziabilità del capitalismo” secondo i critici di questo modello. Torniamo quindi all’intuizione di Vonnegut e compari: davvero il progresso tecnologico migliora la nostra vita? È buono o cattivo?  Skidelsky in Quanto è abbastanza (lettura consigliata) al “progresso senza scopo” individua la via d’uscita  nella domanda: “cosa vogliamo dalla vita“? Un interrogativo di una portata devastante senza dover rinunciare alle nanotecnologie nella microchirurgia, ai feed per le notizie, alle app del mio smartphone per acquistare comodamente il mio biglietto del bus.

I riferimenti utili per questo post sono:

The Age of Smart Machines, Joseph Schumpeter the Economist;

Disruptive technologies: advances that will transform life. Mc Kinsey Global Institute;

La fine delle Lettere. Maria Novella De Luca, la Repubblica del 27 giugno 2013;

La fine dell’età dell’abbondanza. Paolo Cacciari, Sbilanciamoci.info del 28 giugno 2013;

Non per dieta, ma per umanità. Luigino Bruni, Avvenire del 28 luglio 2013

5 pensieri su “in/Civiltà delle Macchine. Buona o cattiva?

  1. Grazie: densissimo e interessantissimo, da riflessioni reiterate e via via più approfondite, come sempre. Complimenti.🙂

  2. Sono gli eccessi, che mi spaventano… sono la prima ad amare la modernità, la tecnologia, ad usarla… appunto usarla, però, secondo le mie umane esigenze: il rischio, sempre in agguato, è di perdere un po’ di se stessi, di dimenticare la nostra essenza…

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