I NUMERI AL LAVORO – PARTE 2

[Charlie Chaplin in Tempi Moderni]

[Charlie Chaplin in Tempi Moderni]

Proseguo il ragionamento iniziato nella prima parte.

Qualche giorno fa mi ha colpito la notizia di uno studio della CGIL secondo cui si riuscirà a tornare al PIL del 2007 nel 2026 e ai livelli di occupazione pre-crisi solo nel 2076 (sic). (Qui la notizia ripresa da La Repubblica).

C’è di che essere sconfortati, altro che dichiarazione dei redditi; altro che Politiche di Sviluppo, Misure Contro la Crisi, Agenda del Governo. Avevo archiviato la cosa come si fa spesso visto che altre cronache sopravvengono e sostituiscono il momentaneo interesse. (Non è giusto, ma siamo nel pieno di un tornado d’informazioni che a meno d’interessi specifici, particolari o personali la cosa scivola). Poi qualche giorno fa mi è capitato di seguire uno di quei dibattiti televisivi (che seguo sempre meno) dove ci si fronteggia con soluzioni e recriminazioni. Devo ammettere che il mio interesse si riduce ad un paio di aspetti: 1) lo scialo di dati continuo cui tutti fanno ricorso e io me ne sto lì a chiedermi come fanno a tenere a mente tutti quei numeri (lo so ci sono i collaboratori alle spalle che compulsano a seconda della piega del dibattito); 2) il mantra sull’innovazione, la ricerca, il premio ai giovani che poi sto lì a chiedermi se 50 milioni e passa di compatrioti diventeranno tutti scienziati e ricercatori: facebook ha 750 milioni di utenti e poco più di 3000 dipendenti di cui 700 ingegneri.

Senza rendermi conto ho iniziato a ragionare su queste cose: innovazione tecnologica, ripresa lontana nel tempo e mi chiedevo se davvero poteva essere quella la strada che ci potrebbe salvare (certamente sì, ma non sarà per tutti allo stesso modo).

Ammetto anche una certa rigidità personale nel valutare o capire se una invenzione è gagliarda o se è solo un modo nuovo per fregarti. Deve essere per colpa del mio retroterra di sinistra frequentato per anni, sì perché -non si sa come, non si sa quando- ad un certo punto questa parte che mi sono scelto tanti anni fa aveva (e ce l’ha ancora, credo) una diffidenza innata verso le novità, forse perché vengono dal Mercato, dall’Industria -peggio ancora se dalle multinazionali. Per quel che mi riguarda lo vedo con gli e-book, e di recente con i Google-Glass (con tutta la buona volontà mi sfugge il senso e l’utilità), le stampanti 3D, i possibili schermi ad ologrammi. Mi interessano? boh! Ci faccio qualcosa? boh! Ma poi non voglio passare da troglodita.

Io ricordo molto bene ad esempio di come a sinistra si fosse spocchiosetti con il proliferare dei primi cellulari: status-symbol per rampanti, oppure si ammetteva a denti stretti l’utilità in alcuni casi (tipo incidenti, medici, soccorsi). Il capofila di questo atteggiamento che ci faceva gongolare era Cuore che pubblicava le conversazioni di amanti e casalinghe. Chissà forse c’entra l’aver mitizzato Pasolini o l’esserci divertiti con Serra & Co.

Fatto sta che oggi ci sono quelli che sbrodolano per il Mac, l’iPhone e quelli che li contestano utilizzando il Mac e l’iPhone.

Scusate l’excursus e torno al ragionamento: posti di lavoro e innovazione tecnologica. Tralascio tutti i miglioramenti che derivano dalle novità introdotte.

Morozov ad esempio è uno di quegli autori che ci mette in guardia dai pericoli, magari eccedendo in previsioni un pochino artefatte (il distributore di Coca-Cola che riconosce il suo cliente).

Ad esempio William Brian Arthur scrive che la digitalizzazione diffusa ha lo stesso effetto rivoluzionario della introduzione della macchina a vapore. Il passaggio è suggestivo: gli Stati Uniti passano da un’economia agricola ad una industriale con la diffusione da Est e Ovest delle linee ferroviarie, rendendo possibile la produzione industriale di acciaio, di più: la Rivoluzione Industriale ha trasferito molti lavoratori dall’agricoltura all’industria e “meccanizzati” i servizi si assiste ad un trasferimento di manodopera dall’industria ai servizi, ma con meno lavoratori. Egli sostiene che dal 1995 il 70% della produttività è dovuta alla diffusione di prodotti e servizi informatici (sempre negli USA) ed è aumentata di quasi il 3%. Secondo le sue previsioni questo farà raddoppiare l’economia nel 2025 (curiosamente in linea con lo studio della CGIL) riportandola ai valori precedenti il 1995. Ma ritornando al ragionamento, questo avverrà con più, meno o lo stesso numero di lavoratori? Dipende. Il giochino è che la produttività cresce con i lavoratori oppure cresce la ricchezza prodotta, ma con meno lavoratori.

Ma se ci si trova di fronte ad un calo di produttività, come nel nostro paese (Numeros confronta i dati tra il 2007 e il 2012) può succedere che “la minore quantità di lavoro” disponibile viene “redistribuita tra più persone”. Come contropartita si hanno professioni meno specializzate, meno pagate e meno protette. Quindi “”L´azienda del futuro non avrà lavoratori”? (cit. Robert Harris ne L’indice della Paura). E dovrò usare il Telepass oppure scegliere il casello con l’addetto che mi dà il resto in mano? Boh!

FONTI:

Numerus;

Unità di Lavoro a tempo pieno, Treccani;

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