i numeri al lavoro – parte 1

[zio Paperone © Walt Disney

A meno che non siate degli evasori fiscali, molti di voi condivideranno lo sconforto che provo quando mi siedo davanti all’impiegato/a del CAF per la dichiarazione dei redditi. In genere io mi rivolgo a quello della CGIL, la preferenza non ha basi ideologiche o etiche, ma convenienze più semplici: è il più grande quindi ha uffici diffusi e di conseguenza prenotazioni più efficienti. Eppure quando mi siedo al di qua della scrivania il mio viso prende una smorfia sottile, impercettibile di rassegnazione fantozziana, di costernazione da tartassato e mentre scompagino con diligenza il faldone fatto di ricevute, fatture, pagamenti, mutui, scontrini vaneggio dentro di me ribellioni impotenti e maschero il risentimento con la gentilezza e la comprensione di quello che mi viene detto con un’espressione mista di sufficienza e diffidenza da parte dell’impiegato/a.

Non so se a voi succede, ma lì davanti ci si sente come sul banco degli imputati, quasi che presentare e dichiarare i propri redditi sia una colpa; ad esempio quando chiedo un chiarimento sul perché di una trattenuta in più, di una mancata detrazione l’impiegata (a me capitano in genere donne) fa il sorriso classico di chi la sa lunga -della serie: “non ci provare”, “dicono tutti così” ecc. ecc.- e m’infila a mezza bocca la battuta che ormai sento ripetermi ogni anno: “se lei li guadagna …”, manco fossi zio Paperone. Insomma, anche quest’anno pagherò un sacco di tasse (a occhio e croce molti più soldi di quelli che lo Stato spende per me e la mia famiglia). E tutto per guadagni che sono nella media (per fortuna) degli altri miei compatrioti.

Ad esempio pagherò molto perché quest’anno mi ritrovo due CUD e non per una scelta personale, ma per il semplice motivo che l’azienda precedente è stata sostituita dal committente perché non era in grado di pagarci e lucrava sui contributi, che poi fosse pure per una scelta dettata dalla necessità o dal “lusso” di cambiare lavoro mi è comunque incomprensibile: se cambi lavoro a metà dell’anno perché ne hai trovato uno migliore o perché hanno chiuso perché penalizzare uno che non sta con le mani in mano gravando con gli ammortizzatori sociali?

Ad esempio perché devo pagare io l’IRPEF non versata dall’azienda furba? E di cose che non capisco ce ne sono: perché si possono detrarre le spese per l’attività sportiva dei figli e non quelli per l’attività musicale?

Fin qui l’introduzione. Perché nei giorni successivi ho cercato di capire almeno una cosa: visto che di mancata crescita economica si muore, chi fa la ricchezza di una nazione, lo Stato o il lavoratore? Per non tradire poi i miei trascorsi idealisti mi sono andato a prendere la famosa equazione keynesiana dei consumi (anticipo che sono disposto a prendermi tutte le critiche per eventuali svarioni) tralasciando di proposito le varie opzioni liberiste e vi chiedo di seguire il ragionamento.

Allora la famosa identità keynesiana è:

Y = C + I + G + ( X – M )

La Y è il PIL, C sono i consumi, I gli investimenti, G è la spesa pubblica, X e M sono rispettivamente le esportazioni e le importazioni e la loro differenza è B, la bilancia commerciale, ma dopo aver fatto qualche prova penso che si possa trascurare questo termine nel ragionamento che ho fatto. Quindi consideriamo l’equazione in questo modo:

Y = C + I + G

Dunque C sono i consumi, cibo, casa, vestiti ecc. ecc. e sono presi dallo stipendio S e/o dal risparmio R, oppure se ricchi e agevolati da dividendi e rendite, a cui vanno levate le tasse T e La formula è:

C = STR

La I sono gli investimenti che si fanno con i risparmi R oppure chiedendo soldi in prestito (il deficit D) a chi li ha risparmiati (ho letto che il dato si aggrega perché alla fine si tratta solo di risparmio R) perché si spende più di quanto entri, allora:

 I = RD

Poi c’è il termine G che sono i soldi presi dallo Stato: tasse sul lavoro (T) e chiedendo soldi in prestito D: quindi la spesa pubblica è:

 G = T + D

Riepilogo? Ok.

Y = C + I + G

C = STR;                      I = R D;                                G = T + D

quindi se vado a sostituire che succede? Questo:

Y = (STR) + (R D) + (T + D) e se levo le parentesi:

Y = STR + R D + T + D

Bene, i termini uguali ma disegno opposto si annullano/elidono:

Y = STR + R D + T + D Y = S.

Toh! Il PIL è il mio stipendio, infatti S è il reddito che proviene dall’attività privata visto che i redditi dei dip. pubbl. provengono da T (le tasse) in G (la spesa pubblica). Quindi l’impiegata davanti a me può anche togliere quel ghigno accusatore. Forse sarà un ragionamento fin troppo lineare, ma qualcosa mi dice che qualcosa torna. Ora date un’occhiata al grafico qui sotto e fatevi una idea delle proporzioni tra spesa pubblica, ricerca, investimenti; provate a ricalcolare e verranno dati sballati.

fonte: Datablog, the Guardian (clicca l’immagine e scorri il mouse su ogni riquadro per evidenziare ogni voce, se poi si clicca ogni riquadro si ha la spesa per ogni regione)

fonte: Datablog, the Guardian (clicca l’immagine e scorri il mouse su ogni riquadro per evidenziare ogni voce, se poi si clicca ogni riquadro si ha la spesa per ogni regione)

A margine mi vien da fare un’altra considerazione, ma in breve perché proverò a farci qualche post e riguarda la famosa “decrescita felice”. Secondo i sostenitori dovremmo consumare meno, ma visto che il reddito è dato da:   S  = C + T + (dall’equazione sopra) significa che lo stipendio S è minore se C diminuisce (visto che non aumenti le tasse T se guadagni meno e il risparmio R, se ti va bene, rimane costante).

PS: sicuramente Fausto, se ne ha voglia, saprà trovare qualche difetto visto che è bravo a Far Di Conto.

FONTI:
l’ispirazione di questo post deriva (oltre che dall’impiegata di fronte al mio 730) da un passaggio di una intervista fatta ad Antonio Pascale, questa.
Il mio 730.

Un pensiero su “i numeri al lavoro – parte 1

  1. Ringrazio per la stima!

    La cosa che mi intriga di più, a parte le folgoranti elisioni nelle equazioni, è la considerazione conclusiva circa gli effetti di un restringimento dell’economia. In stile decrescitista, intendo.

    Ci pensavo chiacchierando della lotta ai prodotti scadenti: ci siamo detti spesso che un prodotto scadente inquina e ci fa spendere di più di un bene che dura nel tempo. Il problema è che, se in qualche modo riusciamo ad esempio a raddoppiare la durata di vita dei nostri frigoriferi – e magari a renderli meno avidi di elettricità – ebbene, questo fenomeno farà calare la misura numerica del nostro prodotto lordo. E con esso calerà dolorosamente la base imponibile, un fenomeno che in Italia è già poco controllabile.

    Siamo finiti dritti dentro al paradosso dell’ingorgo: se siamo bloccati in strada l’economia cresce. Il problema è che non stiamo misurando benessere, ma solo consumo di minerali! Quello che manca è la misura dell’efficienza dei servizi resi. Se ci mettessimo a misurare la disponibilità di trasporto e la rapidità di spostamento anziché le tonnellate di carburante bruciate, allora avremmo subito chiaro cosa dobbiamo cambiare. Stiamo misurando un parametro che ci porta fuori strada.

    Secondo inghippo: le tasse. Qui è perfino peggio. Le tasse noi italiani le raccogliamo in parte con i carburanti: il nostro stato è un drogato che non vive senza dose. Onestamente non ho soluzioni immediate in mente.

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