la fine di Sapere, la rivista.

Come il nostro cervello ci inganna sul clima, il creazionismo, e il rapporto tra vaccino e autismo Illustrazione di Jonathon Rosen (pubblicata su Mother Jones)

Nella breve vita di questo blog mi ritrovo a registrare la probabile e forse imminente chiusura di un’altra rivista di divulgazione scientifica. Si tratta di Sapere e ne parla su l’Unità del 17 novembre Pietro Greco. A differenza di Darwin devo ammettere che me ne dolgo poco. Non sono tra quelli che alla chiusura di un giornale, rivista o periodico si batte il petto per una democrazia meno ricca d’informazione. Molte cose sono cambiate in poco tempo e oggi non abbiamo meno informazione, bensì di più. Quindi se una rivista o un quotidiano chiude la prima domanda che mi faccio è perchè.

Nel caso di Darwin (ne ho parlato QUI) registravo un dispiacere prima come lettore e poi in generale vista la poca offerta in edicola di riviste scientifiche autorevoli che possono contribuire ad una diffusione della cultura scientifica che molti registrano carente (tutt’oggi la sola rivista capace di supplire e coprire questa necessità è Le Scienze). Nel caso di Sapere, al contrario, penso che faccia parte delle “regole del gioco” nel quale s’inserisce: quello del mondo dell’informazione. Insomma sarà stata pure una rivista prestigiosa, avrà pure allestito una formidabile “palestra di giornalismo scientifico“, ma nei fatti non vende, l’editore probabilmente non sente il dovere d’investire e gli abbonati sono pochi per tenerla in vita. Questo è uno dei punti. Mentre Darwin ha chiuso perchè non venivano onorati i contratti pubblicitari, Sapere è in crisi perchè non riesce nel pareggio di bilancio per soli diecimila euro.

Non basta essere nati durante e malgrado il fascismo per raccogliere l’invito fatto in coda per abbonarsi e quindi sostenerla. Il prestigioso comitato scientifico e collaboratori valenti e preparati non possono nulla se il progetto editoriale non cambia con i tempi, matura con essi e si adegua. Ed è uno degli aspetti. Sul web circola ottima divulgazione scientifica, fatta anche da appassionati e caparbi giornalisti che redigono blog fatti molto bene. Va aggiunto che -volente o nolente- un lettore medio di cose scientifiche in genere legge in inglese e allora l’offerta diventa sterminata. È vero che le notizie “scientifiche” più lette e diffuse rasentano il paranormale, ma non sarà la semplice presenza (ridotta come nel caso di Sapere a testimonianza) di un maggior numero di pubblicazioni divulgative a contrastare questi fenomeni disastrosi, quanto un convinto investimento nel sapere scientifico nelle scuole e nella società.

L’aspetto che più m’interessa è che la crisi di Sapere è figlia di un ciclo storico ormai chiuso da parecchio e che rivive sotto altre forme e con altre modalità. Sapere “è la più antica rivista italiana di divulgazione scientifica. Tratta temi di attualità scientifica e tecnologica con il contributo di esperti e giornalisti specializzati che ne garantiscono la qualità“, in realtà un filo rosso l’ha caratterizzata e che appartiene alla categoria “classica” della critica della scienza. Lo stretto crinale che l’ha contraddistinta è stata la scelta a cavallo tra scienza e cultura, ma sarebbe corretto dire tra scienza e battaglia politica, attraverso l’adozione di un tono e uno stile neutro, cioè scientifico, Sapere ha operato su questo confine e non ha più uditorio. È sufficiente sfogliare l’archivio e leggere gli editoriali (gli unici consultabili online) per avere una idea di quali fossero il suo carattere e le sue radici.

A questo carattere, doveroso per alcuni, si accompagnava un altro che a me pare un grave difetto: la consapevolezza di avere delle ragioni da sostenere con una certa passione militante senza l’esigenza di dover rispondere e confrontarsi.

Posso portare un esempio a sostegno di questa tesi. Ho letto Sapere saltuariamente, benchè ogni volta mi proponessi di seguirla con maggiore attenzione e dedizione, per passione “politica” ero alla ricerca di qualcosa di autorevole che potesse in qualche modo darmi gli strumenti per seguire con serietà alcune idee di cui ero convinto.

Anche se poi ho sempre desistito per una insoddisfazione a me poco chiara, fino a quando m’imbatto nella lettura di un articolodi Luigi Vigliotti sui cambiamenti climatici (che poi è la materia che conosco meglio):  “Un futuro con ghiaccio e seltz” il cui sottotitolo era: “L’allarme “Global Warming” ha motivazioni in buona parte culturali e potrebbe distoglierci dall’eventualità, questa sì scientificamente certa, di una prossima glaciazione – pieno di errori grossolani visto che i ghiacci non si espandono, ma vanno ritirandosi. Insicuro delle mie idee faccio una ricerca in rete e trovo la conferma che in effetti l’articolo è pieno di errori. La rivista non li smentisce sebbene un esperto come Caserini ne chieda conto anche attraverso la pubblicazione di un suo articolo con tutte le correzioni, (la direzione evita motivandola come “questioni di tipo personali“). L’articolo di Stefano Caserini e quello di Vigliotti potete leggerli QUI (con una ricca coda di commenti anche molto utili per approfondire).

Per farla breve smetto di leggere Sapere perchè non credo sia questo di cui ho bisogno: ogni giorno ci troviamo di fronte a idee bizzarre e ci viene chiesto sempre di commentare, dettagliare, approfondire senza che poi tutto questo lavoro smuova di un millimetro le convinzioni di chi le sostiene. Il fatto poi di non sentire il dovere pubblico di dare conto di un articolo sbagliato sul piano scientifico per una rivista che si definisce scientifica è un espressione di una aristocrazia culturale che non ha più ragion d’essere oggi che viviamo in un contesto aperto in cui possiamo disporre di dati e studi accessibili.

9 pensieri su “la fine di Sapere, la rivista.

  1. Vigliotti non avrà certo problemi a trovare altre testate pronte ad ospitarlo: Il Giornale, Libero, il Foglio, senza contare i tanti siti negazionisti…

  2. è un mercato spietato, e se è una morte annunciata, come dice lo stesso Pietro Greco sull’articolo che hai citato, forse non basteranno dei nuovi abbonamenti “sollecitati” a mantenere in vita la rivista. Io ho letto qualche articolo su Sapere e l’ho trovato, per il mio livello non proprio eruditissimo, un po’ difficile da seguire.

    • Ciao Massimo,
      infatti me la prendo anche con una certa “aristocrazia” intellettuale che si permette di fare a meno della partecipazione e divulgazione. A presto. PS: non basteranno nuovi abbonamenti (sto vivendo una situazione analoga con la rivista dove collaboro) e soprattutto non bastano pezzi scritti per amicizia solidale.

  3. Tutto questo risentimento solo perché nella diatriba Vigliotti- Caserini abbiamo rifiutato di pubblicare insulti accademici del peggio stile della comunicazione contemporanea. Non rimpiangeremo certo la perdita: grazie dell’attenzione.
    Carlo Bernardini

    • Gentile Carlo Bernardini, mi dispiace ma il risentimento che lei mi attribuisce non è dovuto alla diatriba Vigliotti-Caserini, piuttosto verso una idea “aristocratica” della diffusione della cultura. Se avesse tempo e pazienza di rileggere il post qui pubblicato potrà rendersi conto che il caso Vigliotti viene fornito come esempio e che il senso di questo intervento risiede nel fatto che Sapere non riesce a leggere e reggere i cambiamenti in atto nella divulgazione scientifica. Non sto qui a ripetere le cose scritte nel post. A mia volta ringrazio lei per l’attenzione.
      PS: mi sono andato a leggere l’editoriale di Sapere del mese in corso e purtroppo trovo conferma alle mie tesi, magari esposte male e che non tengono conto di chissà e quali altri fattori. Ma rimane la convinzione e persuasione che le “minoranze emarginate” a volte siano tali per scelta propria e giocano in difesa perchè non sono più capaci di leggere gli avvenimenti e gli scenari circostanti. Non sempre si tratta di male-educazione dei lettori, di leggi di mercato o marginalità subita. Le minoranze nei decenni passati hanno lanciato continui allarmi, pensando di vivere nel peggiore dei mondi possibili, ma intanto quei “mondi” andavano avanti, dando opportunità (e limitando delle scelte e compiendo anche errori) e quando ci siamo trovati davvero gli anni peggiori (cioè questi) noi, che non siamo più giovani, abbiamo pensato che forse le minoranze culturali non ne hanno -fin qui- azzeccata una. Preoccupati di confermare scenari foschi purchè coerenti con le visioni propugnate piuttosto che mettere a servizio metodo e conoscenze scientifiche per analizzare e vagliare affinchè potessimo capire che i “tempi peggiori” non erano quelli presenti, ma quelli futuri. Cordiali saluti.

  4. Riporto qui un commento che mi è stato lasciato sul profilo FB che attiene al posti in questione: “Non conosco la rivista e non me ne sono fatto un’idea leggendo il tuo post (scritto benissimo e chiarissimo). La risposta superficiale del direttore mi ha fatto capire, invece, le ragioni della chiusura” Roberto B.

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