il metodo scientifico applicato al giornalismo

Illustrazione di Luigi Bicco, tratta da Internazionale n. 944 (La dura lotta del fact-checker, articolo di Gideon Lewis-Kraus). Il fact-checker è la persona che per lavoro legge i testi per trovare eventuali errori o imprecisioni (date, citazioni, nomi propri, inesattezze) tramite fonti proprie.

Ho cercato su Google quello che volevo sapere e ho impiegato un sacco di tempo per avere le informazioni che mi servivano. Avessi trovato un articolo specifico sull’argomento, tratto da una rivista specializzata e comunque seria per autorevolezza e coerenza avrei impiegato meno tempo e imparato di più. Ma andiamo con ordine: tempo fa volevo capire se quello che sentivo dire a proposito della scomparsa delle api fosse vero. Non ho trovato quasi nulla tra i siti e le riviste che abitualmente seguo e quindi ho fatto quello che fanno quasi tutti: cercare su Google quante più informazioni possibili, selezionando poi le notizie e gli approfondimenti così da potermi fare un’idea. Insomma mi sono dovuto improvvisare per capire; mi sembra di non aver letto, ma cercato.

Sull’argomento ne so quanto prima e soprattutto ho capito che senza una selezione e un criterio di validazione delle notizie ci si muove disorientati se non si è degli esperti nel settore. Alla fine non sono giunto ad alcuna conclusione e non mi sento sicuro delle cose lette.

Questa problema si verifica puntualmente per ogni argomento di tipo ambientale ‘caldo’: a quale notizia o previsione dare retta? Quanto sono attendibili le date che prevedono la fine del petrolio, del cibo, dell’acqua? Oppure: quanto è dannoso l’inceneritore che si vuole costruire vicino casa? È conveniente l’Alta Velocità in Val di Susa o quel particolare sottopasso? Quanto sono efficienti gli impianti fotovoltaici? Sono dannosi gli OGM?

Per i lettori interessati ad avere un’opinione informata su questi argomenti sta diventando un’impresa ardua e frustrante perché i conti non tornano mai tra i favorevoli e i contrari: numeri  spesso neanche comparabili tra loro. Non si sa bene a chi fare affidamento e sulla base di cosa. Manca, il più delle volte, quella trasparenza che garantisce la credibilità e l’autorevolezza di ciò che viene pubblicato.

Anche per i giornalisti non è facile analizzare i contesti e i possibili effetti in modo indipendente: a volte mancano le competenze necessarie; a volte la quantità di informazioni reperibili in rete, la facilità nel pubblicarle e la molteplicità delle fonti, non aiutano. Avere a disposizione una mole pressochè sterminata di dati non significa accedervi automaticamente o saperli interpretare.

Alcuni giornalisti e ricercatori, per la verità, propongono una soluzione che può aiutare a risolvere questo tipo di problemi: applicare all’informazione il metodo scientifico. Scegliere per il giornalismo in rete un metodo empirico ed oggettivo per separare “l’importante dal banale e la verità dalla menzogna”. Matt Thompson, ad esempio, fa notare nel suo articolo “What journalists can learn from scientists and the scientific method” che il valore della trasparenza nell’etica giornalistica è simile al concetto di riproducibilità utilizzato nei lavori scientifici.

Quando uno scienziato arriva ad un risultato questo dovrà essere coerente e descritto così bene che un altro scienziato può riprodurre quella ricerca in modo indipendente arrivando a conclusioni simili. Allo stesso modo un articolo con le informazioni sul come si è arrivati a determinate conclusioni, scritto dunque in modo trasparente e con i dati completi, corretti e precisi può essere ‘riprodotto’ da un altro giornalista nel senso che occupandosi della stessa notizia arriva a risultati simili. E noi lettori soprattutto avremmo la possibilità di sapere quali dati vanno controllati per verificare ciò che viene detto, senza per questo impiegare troppo tempo.

Una informazione scientifica, ambientale, tecnologica che sia accessibile a tutti dovrebbe tener conto più dei processi che dei risultati e quando si presentano dati molto diversi tra loro Robert Niles propone, nel suo articolo “A journalist’s guide to the scientific method – and why it’s important”, l’utilizzo della peer-review (utilizzato per le pubblicazioni scientifiche): l’articolo viene rivisto, corretto, e giudicato da chi si occupa di quell’argomento. Questo modo circolare di procedere ha il vantaggio di fornire uno standard, un metodo oggettivo appunto, per la verifica di dati che vengono condivisi e discussi.

Quindi noi lettori dovremmo affidarci di più ad un giornalista o a un blogger che ha cercato e costruito a lungo un articolo corredandolo di prove e fatti e che in modo trasparente ci mette al corrente del processo di acquisizione e di verifica delle fonti e dei dati piuttosto che condividere impulsivamente sui nostri profili e cinguettare senza troppo pensare alle conclusioni e ipotesi che non hanno nessuna prova verificabile.

PS: per chiudere il discorso sulla api. Dalla mia ricerca sono venuto a sapere che la famosa “Se un giorno le api dovessero scomparire, all’uomo resterebbero soltanto quattro anni di vita” non è mai stata detta da Albert Einstein; ho capito che sostenere una legge deterministica secondo la quale senza le api, non ci sarebbe impollinazione e di conseguenza non avremmo né frutta, né ortaggi, non mette in conto che una sola ape regina depone 3.000 uova al giorno e in tre settimane si ha una nuova generazione di api; ho capito, infine che le api, in California, sparivano nel 2007 per varie e imprecisate cause (inquinamento da pesticidi, le onde elettromagnetiche dei cellulari, il riscaldamento globale), ma si ripopolavano nel 2009 (il dubbio lecito è capire se due anni dopo tutte le fonti d’inquinamento responsabili siano sparite o sensibilmente diminuite). 

Le fonti che hanno ispirato le considerazioni per questo post provengono da:

Einstein on bees: dove si racconta qualcosa a propostio della citata frase attribuita ad Einstein (il sito snopes.com raccoglie argomenti e notizie intorno a luoghi comuni, leggende metropolitane e credenze varie).

Ritornano le Api e scongiurano la fine del mondo: esempio di un titolo fuori luogo rispetto quanto viene correttamente riportato nell’articolo.

Il metodo scientifico o sperimentale: per rispolverare qualche nozione sul metodo di cui si parla.

What journalists can learn from scientists and the scientific method: l’articolo di Matt Thompson.

A journalist’s guide to the scientific method – and why it’s important: l’articolo di Robert Niles.

Peer review: il blog della rivista Nature, con indicazioni e notizie sul processo della Peer Review per i revisori interessati a pubblicare con il gruppo editoriale in questione.

5 pensieri su “il metodo scientifico applicato al giornalismo

  1. Grazie di questa confortante informazione sulla questione delle api!
    Per quello che ne so io, chi ha parlato della fine del mondo ospitale per la vita, nel caso dovessero sparire le api, è Rudolf Steiner

  2. Concordo pienamente in quello che dici. Ho imparato che bisogna più “trovare” le informazioni che “cercarle” dedicando del tempo a valutare quello che c’è scritto.

  3. Ho riletto questo suo pezzo apprezzando una volta di più il passaggio dove si propone l’applicazione del metodo scientifico all’informazione. Credo che sia una necessità in grado di garantire il minimo accettabile di qualità e correttezza.
    Inoltre la segnalazione chiara delle fonti è qualcosa di cui troppo spesso ci si scorda: è stato uno dei motivi che mi ha spinto a fare clic sulla voce “Iscriviti”.
    Alla prossima occasione😉

  4. Non esiste la soluzione definitiva, ma certamente i suggerimenti che sono proposti vanno verso la giusta direzione. Ciao a tutti.

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