spiumare Moncler non ha senso

Illustrazione di Stefano Misesti

Report a volte abusa della “falsa coscienza”. E’ il caso di qualche sera fa con la puntata dedicata alle delocalizzazioni e all’azienda Moncler con spiumaggio annesso.

Si fa vedere un servizio sullo spiumaggio crudele delle oche in una landa desolata dell’Ungheria, si cita in maniera indiretta Moncler che infatti spiuma in Francia e Canada. Ma ammettiamo che lo faccia in Ungheria (che so, mettiamo illegalmente o di nascosto). Allora ci sono due possibilità: dimostri la relazione diretta tra quella fattoria e Moncler (dal servizio non è così), oppure fai un servizio sulla crudeltà dello spiumaggio che usano tutte le aziende del settore. Ma.

Primo Ma: alcune aziende hanno dei codici “etici” soprattutto se operano in Europa dove c’è una legge restrittiva (tecnica della pettinatura, spazzolatura o da macello) e soprattutto se sono sensibili alle attenzioni dei consumatori che su questo fanno delle campagne potenzialmente dannose.

Secondo Ma: le aziende che hanno alti profili di produttività difficilmente operano in quelle regioni là per motivi di semplicità egoistica, che sono: lì mancano le infrastrutture per la lavorazione e trasporto immediato di tutto il prodotto, lì mancano alcune certezze che un’azienda di settore medio alto guarda e valuta: certezza nei pagamenti, sicurezza dei fornitori e dei rimborsi, efficienza del sistema giudiziario per le controversie e le burocrazie per avviare e mantenere un’azienda.

Infatti il grosso della puntata è sulla delocalizzazione del Made in Italy e qui subentra il mio fastidio, perché puoi raccontare la storia, tagliando una parte ed evidenziando l’altra (esempio: racconti l’immigrazione in due modi, in una evidenzi le carceri piene di immigrati clandestini e in un’altra evidenzi che gli immigrati regolari delinquono meno. Se le metti insieme hai una descrizione più aderente e ti fai un’idea, se le tieni separate parteggi secondo le tue in/sensibilità).

Sulla delocalizzazione, Report finge o non sa che la crisi ha rallentato questo processo e che da tre anni sono poco più del 4% le aziende che de localizzano e che vanno in Germania, Francia e Stati Uniti per i motivi sopra: infrastrutture, certezza pagamenti ecc. ecc. e a questi si aggiunge che i margini –ovviamente- si vanno riducendo perché aumentano in media gli stipendi in quei paesi,(sempre molto meno dei nostri. Ma.

Ma è un dato di fatto. Qualcuno ha mai visto aziende tedesche o statunitensi pagare gli operai italiani con gli stessi salari dei loro operai nei paesi di origine? No. Perché il dato di fatto è che i salari sono adeguati al paese in cui si opera. È ingiusto? Sì e puoi anche scriverlo su fb perché puoi permetterti un pc/smartphone accessori, fibra ecc. ecc. a prezzi contenuti altrimenti proibitivi per quei motivi lì. E ripeto: basta chiedersi se un metalmeccanico della Thyssen in Italia viene pagato quanto un suo “collega” in Germania. Ovvio che no.

Chi delocalizza a Est? Aziende che fanno prodotti di fascia a media o bassa tecnologia che però soffrono la concorrenza cinese. Chi fa prodotti di alta fascia produce in paesi sviluppati o in regioni che hanno “ambienti economici” attrattivi (la solita serie: infrastrutture, pagamenti, tasse ecc. ecc.). e perché non in Italia? Perché la vita media dei macchinari da noi è di circa venti anni!!! (cioè lavoriamo con macchinari di venti anni fa).

Che poi esistono due Est: quello per aziende di bassa fascia di prodotto che pensa di abbattere i costi (e viene mangiato dai cinesi) e quelli che guardano a nazioni dove concetrare l’attenzione su mercati in espansione.

Allora, tirando le somme e per sfatare. Mi è simpatica Moncler? Che ne so! Mai comprato un piumino, ma Report non porta prove che tra piumaggio crudele in quella fattoria e Moncler ci sia un rapporto diretto. Suggerisce e non dimostra (ma l’inchiesta non è così: sbugiarda e smaschera).
Lo piumaggio è crudele? Sì. Ma piumoni, piumini e bla bla bla di cosa sono fatti?

Ok, qui partirebbe un’altra filippica: l’etica dell’acquisto. Io, singolo compro un piumone che sta lì per svariati anni (mica ne cambio uno all’anno), preferisco le giacche in Gore-Tex anche per non far “spiumare” qualche oca in più. Ma come per i GAS, gli acquisti eco-equi ecc. ecc. si ha una idea della massa di prodotto che circola? A livello individuale puoi stare attento ad una molteplicità di fattori e prodotti, non puoi sfuggire a tutti e soprattutto bisogna convenire che di alcune produzioni di massa (de localizzate o no) ne beneficiamo in virtù della quantità prodotta che porta con sé: abbattimento costi, ricambio, miglioramento. Ma qui si divaga.

Finisco, perché sono stato lungo: spero in un mondo migliore? Sì. Che un operaio indiano viva una vita dignitosa, con un tenore di vita uguale al mio? Sì. A patto che poi un prodotto, un qualsiasi prodotto sia disposto a pagarlo 10 volte di più. Detto in soldoni, solo se sono disposto a sborsare 7000 € invece di 700 € per un pc. Se poi c’è un altro modo di produrre e vivere sicuri e confortati come ora, a chi lo propone l’onere e l’onore della prova. Fino ad oggi ogni “alternativa” è finita con disastri, macerie, morti, leggerezze, superficialità, impraticabilità quotidiana. Sine qua non.

PS: i riferimenti si trovano sul web, il che significa che fare una lettura critica non significa parteggiare, ma incrociare i dati, verificare i fatti, analizzare il linguaggio. Per questo non troverete link a supporto, per il semplice motivo che sui social network basta postare il titolo della trasmissione, una reazione, un articolo a sostegno per commentare a vanvera e diciamolo anche un po’ a sbafo. Quindi, un po’ di sudore sulle dita a cercare fonti e riferimenti giusti. Ovviamente poi aspetteremo e di conseguenza aggiornerò eventuali sviluppi. Quindi, pronto anche a smentire.

il buon senso scimmiesco

23 ottobre del 2013, manca poco e faccio quasi un anno che, non dico un articolo, ma una figura, una foto, ‘na canzone o qualsiasi altra supidata, tra le tante (troppe) che circolano in rete.

Non è tanto la questione del tempo, che una ferrea organizzazione di cui sono capace mi permette sempre di trovarlo. Ma si tratta di qualcos’altro, diciamo di una questione “etica” ( se questa parola non risuonasse troppo enfatica) o meglio di principio.

Perché mai una passione deve necessariamente diventare un blog? Leggo libri, guardo film, ascolto musica, vado in bici e in montagna, ma di ciascuna di queste attività non faccio un blog. Per passione e per lavoro mi trovo a dover leggere molto materiale scientifico. Devo farne un blog? Ok, se fossi schizofrenico potrei obiettare davanti allo specchio: “ma prima questi dubbi non ti venivano”? Ehm! Sì. Però mi sembrava divertente. Però.

La “colpa” è della Bencivelli. Nel senso che a me piace molto come scrive e mi piace molto le cose che dice perché le condiviso. Sono in sintonia con le cose come le vedo. Cioè mi sento affine. 

Fatto sta che trovandomi d’accordo con le sue “filippiche” sul blog e sul libro “Cosa intendi per Domenica?” in materia di lavoro mi sono chiesto: “ma a me chi me lo fa fare” un blog che poi neanche scrivo di professione?. Diciamo che rientra nel novero degli hobby, la scrittura intendo. E come ogni hobbista che si rispetti miri anche alle soddisfazioni, vuoi superarti, migliorarti. Comunque tenere un diario sul web non è obbligatorio e se proprio mi piace scrivere posso continuarlo a fare sui quaderni, quelli belli, artigianali. 

Il colpo devo ammettere che lo ha assestato questo post di Silvia Bencivelli. Soprattutto mi sono sentito in colpa per il punto Quarto. Ma che c’entra? Beh! la piccola visibilità con AgoraVox nel suo piccolo partecipa a quel sistema che giustamente la Bencivelli denuncia. 

E quindi? Qual’è la conseguenza di ciò? Che chiunque abbia una passione non può coltivarla e non può sentirsi gratificato dalla sua più o meno abilità in un ambito “free”? In poche parole: devo smettere solo perché mi sento in colpa se sottraggo anche un minimo, rafforzando l’idea che delle cose “aggratise” si possono trovare in rete? Beh, in parte lo credo. Nel senso che il tarlo sta lì e continua a scavare.

Quindi tra una faccenda e un’altra, ho pensato di tanto in tanto a questo Pianeta. In fondo ci sono affezionato e mi diverte il tono scanzonato. Ma è pur vero che per diletto posso spendere il mio tempo anche in tante altre occasioni e attività facendo molto meno danno al prossimo. Andare in bici, gli scout, leggere e scrivere privatamente. In fondo trovo molto più importante essere attento al mio prossimo in queste cose che dare importanza agli obblighi morali di eco-equi-veg .

Rimane però l’affetto per qualcosa che mi piace, ma devo aggiungere che scrivere di scienza anche solo per passione, anche se in maniera scanzonata e nei ritagli di tempo non è uno scherzo. E’ molto alto il livello e il rigore richiesto. Le verifiche sono più stringenti e, per questo, più educative nei confronti del resto (alla fine è un principio che applichi a tutto il resto e allora non ti accontenti più della “opinione” del giornalista che ti piace tanto, ma t’interessano solo i fatti, t’interessa essere solo curioso).

Quindi? Beh! per ora non lo chiudo e rimane qui a disposizione. Alcune cose mi sembrano davvero ben fatte. In futuro si vedrà, intanto per fortuna mi butto nella concorrenza per un progetto che devo portare avanti e quindi niente anticipazioni, le cose vanno mostrate quando sono concluse. In questo c’è un po’ di vecchia maniera. Ma d’altronde non mi piace tutto il nuovo, come non mi piace tutto il vecchio. La sfida è quella di sapersi tenere e scegliere via via le cose più utili, più belle, più sincere.

In parole povere, per ora il Pianeta rimarrà in vita anche con nuovi post, ma di minor pretese e semmai scegliendo il lato comico e surreale di certe carampane eco-equo e di eccessivi entusiasmi techno-nerd affinché possa essere divertente come passatempo di lettura o magari risultare utile a chi cerca materiali già verificati di questa “schiatta” … 

 

Hashtag: #Goliarispondi #OccupyLeIene

Non me ne vogliano quelli che vendono questo prodotto

Non me ne vogliano quelli che vendono questo prodotto “naturale” e per Vegani, lo utilizzo solo per fare ironia al drammatico caso Stamina (spero serva per eventuali tutele, comunque pronto a rimuovere laddove si verificasse una rimostranza)

Sono sufficienti gli hashtag del titolo. Ma due righe aggiungiamole, va.

È arrivato il momento di chiedere conto di tanta irresponsabilità sul caso Stamina. Il Ministero della Sanità seppure non tempestivi e netti o necessariamente severi lo ha fatto sul versante istituzionale; un gruppo di giornalisti scientifici -giustamente scandalizzati dalla vicenda (lo scandalo viene spiegato molto bene da Silvia Bencivelli sul numero de Le Scienze di ottobre: qui per abbonati) lo fa sul versante comunicazione. Questa vicenda sembra banale, ma crea un precedente pericoloso con l’apertura di strade molto pericolose e costellate da furboni che s’acquattano nei punti oscuri sfruttando la possibilità di un commercio poco pulito di terapie a base di cellule. Sempre la Bencivelli lo spiega molto bene in questo post, di cui riporto il seguente passaggio.

“che cosa significa commercializzare terapie a base di cellule? In tutti i paesi (perdonatemi) avanzati dal punto di vista scientifico e legislativo, le terapie cellulari che prevedono prelievo, trattamento e iniezione di cellule, sono sottoposte alle norme che valgono per i farmaci. Quelle, cioè, che prevedono il controllo da parte di un ente specifico (in Italia è l’Aifa, negli Usa la Fda) e una lunga trafila di prove e di sperimentazioni. L’Unione europea lo ha stabilito nel 2007 e da allora nessun prodotto farmaceutico a base di cellule staminali è ancora entrato in commercio. Esistono poi norme che prevedono che, in casi particolari, possano essere somministrati farmaci a uso compassionevole, come ormai abbiamo imparato tutti a dire. Ma anche qui, più che una norma italiana provvisoria invocata durante la buriana mediatica su Stamina, vale quella europea: si possono usare farmaci in via di sperimentazione (e non in assenza di sperimentazione) per decisione di un medico e purché i pazienti siano informati su quello che stanno per assumere. E purché le cellule siano preparate in laboratori che seguano certi standard”.

Da settimane la piccola comunità di giornalisti scientifici dibatte e si confronta sulla questione: solleva dilemmi, ragiona, s’arrabbia (ueilà, nel frattempo mi sono pure accorto che in realtà i giornalisti scientifici nei mass-media contano meno del due di picche, mentre i farneticatori-occultisti-inventa-bufale pentastellati o naturopati che siano li dipingono come emissari potenti della piovra del sistema) e da questo dialogo serrato e rigoroso Silvia Bencivelli, insieme al direttore de Le Scienze Marco Cattaneo,Emanuele MeniettiSalvo Di GraziaAlice Paci e Antonio Scalari hanno formulato 10 domande. Chiare, nette, precise. A chi? Alle Iene che si son fatti sponsor sul dolore delle famiglie. Secondo me hanno “beccato” il bersaglio giusto. Il caso Stamina infatti non sarebbe neanche esistito se un certo “giornalismo” (ammetto la fatica di chiamarlo così) non l’avesse “pompato”, spinto, pubblicizzato con metodi così volgari e bassi che mi fanno vergognare e ributtare. Dispiace per quelle famiglie che -anima e corpo- si sono votate alla causa e che non immaginano ancora di essere prese in giro. Come ai tempi di Di Bella. Con l’aggravante spiegata nel post della Bencivelli.

Comunque, l’idea è semplice e l’invito è di fare altrettanto: condividere e adoperarsi per un bombardamento “social”. Scegliete voi quali privilegiare tra i seguenti link. L’importante è che sia accompagnato dagli hashtag del titolo e che siano evidenziate le 10 domande che per comodità riporto in fondo.

Stamina e bambini in tv: dieci domande alle Iene di Silvia Bencivelli

A proposito di Stamina: dieci domande alle Iene di Marco Cattaneo da Made in Italy

Davide e Golia (1): 10 domande a Giulio Golia sulla vicenda Stamina di Salvo di Grazia da MedBunker;

Dieci domande alle Iene su Stamina di Emanuele Menietti da il Post

10 domande per Le Iene sul caso Stamina redazione di Wired

Il post definitivo sul metodo Stamina di Antonio Scalari da Valigia Blu

comunicare la scienza: rock, pins e t-shirt

Forse la colpa è delle spillette. Intendo le pins, quegli affari che si attaccano sulla giacche o su zainetti e borse. In genere le associ sempre a gente gagliarda che da giovane ti sembra molto simpatica e interessante. A me almeno è capitato così, ma solo alla fine di un cammino di fascinazione che aveva come probabile e provvisorio punto di arrivo l’emancipazione. Insomma da bambino volevo fare il biologo e come tutti i timidi trovavo rifugio, sicurezza e calore nelle letture, magari le più strambe o eccentriche.  Alle elementari conoscevo tutte le complicate famiglie di dinosauri e mi sforzavo di sapere i nomi delle piante e degli animali nella loro nomenclatura binomiale in latino. Il mio passatempo preferito era leggere i romanzi di Sherlock Holmes, insieme a complicate e macchinose battaglie storiche ricostruite con schiere di soldatini Atalntic (i miei preferiti erano in scala 00, quelli piccoli per capirci). Insomma, mi ero creato il mio personale scudo dalla timidezza (fortuna che negli anni, frequentare gli scout mi aiutò ad essere estroverso, simpatico, cercato e con gli amici). Ma quella strada era segnata: la passione della lettura, la curiosità eclettica, mai ferma, le domande e i dubbi. E pensare che durante il mio catechismo per la prima comunione feci infuriare un accigliato don Ettore: aveva proprio quelle tipiche ciglie bianche all’insù che gli davano un’aria severa, da precettore da collegio, il classico prete. Avevo espresso il dubbio che l’uomo non era diverso dagli animali perché avevo letto che discendevamo dalle scimmie e che non era vero quanto sosteneva: che eravamo superiori grazie alla parola, anche i pappagalli parlano dissi (sicuramente quel don Ettore lì voleva intendere la Parola e non semplicemente l’emanazione di suoni articolati detti così: senza consapevolezza),, ma finii fuori ad aspettarer la lezione diquel pomeriggio. Insomma quel ragazzino che ero io, oggi lo definereste più o meno un nerd. Solo che i computer erano ancora grandi come frigoriferi e nei film sputavano lunghe strisce di carta misteriosamente punzonate. Negli anni ‘80 ci chiamavano “secchioni” e le mamme dicevano che eravamo dei timidi, le più istruite usavano dire “introversi”.

Alle superiori i dinosauri non mi bastavano, così come le deduzioni logiche nei gialli di Arthur Conan Doyle e presi a leggere tanta altra roba. Dalle deduzioni alle domande: preferii chi metteva in dubbio le certezze, chi domandava e non si accontentava. Chi scavava. Insomma i miei Continua a leggere